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  1. Roberto Iacopini at |

    Una fortunata analisi di Walter Russell Meade sulla politica estera statunitense, dimostra che essa si sviluppa tra quattro scuole di pensiero che portano il nome dei presidenti che le hanno ispirate: l’hamiltoniana, la wilsoniana, la jeffersoniana, la jacksoniana. Riprese ora dal partito democratico, ora da quello repubblicano.

    La vittoria Donald Trump è perlopiù da iscrivere alla dottrina del presidente Andrew Jackson, il quale muove da principi populisti e dalla preoccupazione per l’onore della nazione, perseguendo come obiettivo principale del governo la sicurezza fisica e il benessere e economico del popolo americano e della sua classe media.

    E’ anche altamente probabile che la nuova amministrazione di Trump possa proporci un ritorno delle tesi di Samuel Huntington, l’autore de “Il conflitto delle civiltà”. Un saggio che nonostante risalga al 1996, è a tutt’oggi, uno dei maggiori contributi alla comprensione del nuovo ordine mondiale dopo la fine della Guerra Fredda.

    Huntington critica le tesi di Francis Fukuyama, che ne “La fine della storia e l’ultimo uomo”, ritiene inevitabile la globalizzazione guidata dalle liberal-democrazie occidentali, descrivendone l’avvento e per questo motivo è diventato il primo dei neo-conservatori ispiratori della politica estera di George W. Bush.

    Per Huntington, la fine della diarchia politica e ideologica degli Stati Uniti e dell’Unione Sovietica, ha provocato un ritorno delle “civiltà”, intese come entità più vaste di nazioni ispirate da un comune sentire culturale e/o religioso. Le differenze culturali tra le civiltà costituiscono il casus belli di un nuovo genere di conflitto.

    Da qui nascono le guerre asimmetriche destinate a durare nel tempo e senza un preciso luogo di scontro, ma pronte esplodere ovunque passi la faglia che divide civiltà differenti. Non riconoscendo questa tensione permanente – sottolinea Huntington – l’Occidente è fatalmente avviato a perdere la propria egemonia.

    Anche gli Stati Uniti d’America, non sono in grado di definire il nuovo ordine mondiale. Al massimo possono porsi alla guida della civiltà Occidentale in una logica di accentuata collaborazione fra simili e dare impulso ad alleanze tra civiltà facendo tesoro del noto adagio, “il nemico del mio nemico è mio amico”.

    Quando Trump apre a Putin, lo fa per avere la Russia, Stato guida della civiltà Ortodossa, alleata nel conflitto già inaugurato con la civiltà Islamica e nel confronto, per ora solo commerciale, con quella Sinica, la cui espressione di punta, la Cina, potrebbe riunire le altre civiltà asiatiche in funzione antioccidentale.

    Una dialettica inedita, alla luce del quale Donald Trump ritiene obsoleto lo strumento militare della NATO, considerata un inutile retaggio della guerra fredda in Europa. Un continente che nell’agenda della nuova amministrazione è già sostituito da quello della più vasta e complessa area geo-politica dell’Asia e del Pacifico.

    L’approdo finale è una sorta di estensione all’intero Occidente della tipica declinazione americana dell’isolazionismo (America first, ovvero prima di tutto, come ha affermato Trump nella campagna elettorale), in virtù del quale l’Occidente deve rendersi conto di essere solamente una fra le civiltà e non la civiltà.

    Trump non coltiva il sogno di una civiltà universale basata su democrazia e diritti umani e intende ridurre le interferenze con le altre civiltà su queste materie. E poiché questi valori non sono e non saranno mai condivisi dagli altri, è meglio essere pronti a difendere la propria identità, ma solo sui confini della civiltà Occidentale.

    In buona sostanza, è il rifiuto della politica di esportazione della democrazia praticata da George W. Bush e suggerita dai neo-conservatori. Non a caso, quest’ultimi hanno preferito le posizioni interventiste e wilsoniane di Hillary Clinton, coltivando l’idea di affiaccarla in caso di vittoria e tornare così alle antiche origini democratiche.

    I neo-conservatori, infatti, rimangono tra i principali critici del protezionismo economico e del non interventismo militare che costituiscono il punto di caduta delle tesi contenute ne “Il conflitto delle civiltà”. Un saggio che, a ben guardare, contiene gran parte della visione del mondo del jacksoniano e isolazionista Donald Trump.

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